La TORPEDINIERA 5PN
 
Ricordo la notizia apparsa su un quotidiano locale di qualche anno fa che riportava  l’avvenuto ritrovamento, in mare,  e il successivo brillamento subacqueo di una mina  davanti al litorale di Jesolo (Ve). La notizia mi lasciò un po’ perplesso e mi risultò alquanto difficile immaginare come fosse capitata nelle tranquille acque jesolane, che d’estate ospitano una miriade di bagnanti abbronzati, un mina come quelle che talvolta si vedono ancora nei fumetti. La mina infatti aveva una sua venerabile età. Correvano gli anni della Grande Guerra e allora il fronte bellico era situato a pochi chilometri da Venezia, lungo il fiume Piave –fiume sacro alla Patria-. Se la linea di confine, sulla terraferma era posta su precise basi geografiche (il fiume), così non lo era in mare dove frequenti erano le incursioni nel territorio controllato da entrambe le parti. Il Capo di Stato Maggiore della Regia Marina di allora, l’Ammiraglio Thaon  di Revel, affermò che …”la guerra in Alto Adriatico fu guerra di torpediniere costiere, di mine, di batterie…”.
Infatti per difendere Venezia e tutto il suo litorale da possibili attacchi navali nemici, erano state approntate una serie di batterie costiere ed erano stati creati dei campi minati molto estesi. Le mine, o torpedini da blocco, venivano ancorate a un corpo morto  e lasciate in sospensione a varie quote. Per superare tali sbarramenti,  posti tra le 3 e le 9 miglia dalla costa in maniera quasi continua, bisognava seguire delle rotte ben determinate, poiché, data la scarsa visibilità delle acque adriatiche, gli sbarramenti non erano più  visibili già dopo pochi metri dalla superficie. Per evitare che i sottomarini nemici, appostati a quota periscopio nelle vicinanze, potessero osservare e quindi ripetere le rotte di entrata e uscita dal porto, il naviglio militare  compiva delle evoluzioni  a zig-zag alla massima velocità (qualcosa come “Ivan il matto” del film Caccia a Ottobre Rosso). Ai pescherecci, invece, era fatto divieto di allontanarsi a più di tre miglia dalla costa appunto per non incappare nei campi minati.
Compito primario delle torpediniere era quello di calare a mare le torpedini da blocco (da cui il nome torpediniera) e di pattugliare i campi minati. La torpediniera 5 PN fu il quinto esemplare di torpediniera (su 39 unità) varata dai Cantieri Pattison di Napoli (da cui la sigla 5 PN) il 5 settembre 1911.

Il  26 giugno 1915 (dopo un mese dall’entrata in guerra dell’Italia) alle ore 4.00 la torpediniera 5PN lasciati gli ormeggi di Sant’Elena a Venezia stava compiendo il solito lavoro di pattugliamento lungo i campi minati  per verificarne l’integrità e per avvistare eventuale naviglio nemico (allora l’unico modo di avvistarli era scrutarli col binocolo).

Per non far capire al nemico quali fossero i corridoi di accesso  a questi campi minati, il Tenente di Vascello Matteo Spano aveva ordinato di procedere a un’andatura sostenuta mutando rotta repentinamente grazie anche alle elevate qualità nautiche della sua nave. Un buon propulsore e un grande timone esterno alla struttura ne garantivano una manovrabilità estrema, date le dimensioni della nave. Nei compiti di pattugliamento era previsto anche di evitare che incaute barche da pesca incappassero nei campi minati.
Appostato nelle vicinanze, a quota periscopio, stazionava il sommergibile austriaco U 10 (Tenente di Vascello Waeger). Data la notevole visibilità della giornata (si vedeva benissimo la costa istriana, quindi oltre 40mg.) per evitare di essere avvistato, il sommergibile aveva issato lungo il suo periscopio, una piccola vela al fine di sembrare una innocua barca da pesca. Leggendo il rapporto del comandante italiano sembra che tale vela fosse stata avvistata dalla vedetta della torpediniera ma, dopo un più attento esame, la stessa sembrava sparita.  Il destino volle che, a  un certo punto, la  5PN da cacciatore si trasformasse in preda e la sua esile sagoma venne inquadrata nel mirino graduato del periscopio austriaco. Al comandante nemico non sembrò vero di assistere a una scena del genere e ordinò il fatidico:  Loss!  E un siluro fu subito lanciato.
La scia di aria compressa che lasciava dietro di se il siluro fu subito avvistata dalla vedetta e il Comandante Spano, valutato che il siluro avrebbe centrato in pieno la sua nave diede l’ordine “Pari indietro tutta”. Nonostante la manovra fosse stata eseguita alla massima velocità, il siluro, per pochi metri, colpì la prua della nave, proprio sotto il tagliamare. Il comandante della torpediniera, verificato l’entità dei danni, stabilì che l’affondamento non sarebbe stato immediato e  ordinò di  sparare diversi colpi di cannone nella presunta direzione del sommergibile, col duplice scopo di fargli capire che non era stato colpito e di attirare l’attenzione di altre torpediniere italiane nei paraggi.

Dopo circa mezz’ora, comunque, la nave si inabissò lentamente e mentre la poppa con le eliche in lento moto rimaneva per qualche minuto ancora fuori dall’acqua, quel che restava della prua si adagiava su un fondale di circa 20mt. Il sottomarino austriaco, probabilmente disturbato dal fuoco italiano, si allontanò dal luogo dell’affondamento non presentando quindi alcuna minaccia per i naufraghi. Tutto l’equipaggio tranne due marinai colpiti direttamente dall’esplosione, riuscì ad imbarcarsi sulle scialuppe di salvataggio. Verso sera i naufraghi  vennero ripescati dalla torpediniera P.E. 70 accorsa in loro aiuto, richiamata da quei colpi di cannone provvidenzialmente sparati dal comandante italiano.

L’IMMERSIONE
Per molti anni il relitto della torpediniera, affondata a circa 8mg. dalla costa, è rimasto sconosciuto ai subacquei locali. La notevole distanza dalla costa e quindi la difficoltà di localizzarlo e la scarsa elevazione dal fondo ne hanno sempre costituito uno scrigno sicuro. Dagli inizi degli anni ’90, con l’avvento dei GPS, il relitto è stato meta di vere e proprie incursioni subacquee dove il motto “…arraffa, arraffa…” sembra sia stata l’unico motivo di immersione per molti subacquei.
Fortunatamente fui tra i primi a visitare il relitto, nel ’93, si presentava già degradato dalla salsedine che aveva corroso le lamiere esterne, ma ciononostante si potevano ben ammirare le due caldaie, il castello di prua e la parte poppiera. Anche i tubi lanciasiluri, con il siluro ancora innestato giacevano sulla sabbia come anche il cannoncino poppiero. (vedi articolo di D. Basso: “Il cannone della torpediniera 5PN”).

Colpi di cannone inesplosi, caricatori di fucile, lampade, mestoli da cucina e chincaglierie varie giacevano, abbandonate, un po’ dappertutto. Già alla fine del ’93 intervennero gli specialisti del gruppo S.D.A.I. di Ancona (alcuni dei quali avevano partecipato al recupero dei resti dell’equipaggio del smg. Scirè ad Haifa) a bordo del cacciamine Castagno e della nave Moto Trasporto Fari Ponza per recuperare il cannone e i tubi lanciasiluri.

 

recupero del cannone della torpedineira 5PN, effettuato dall’equipaggio della nave Motorasporto Fari PONZA
Il mare ha corroso i metalli più deboli, le reti a strascico hanno spezzato le deboli strutture esterne e i subacquei più assatanati hanno asportato i reperti più piccoli, aiutati anche dalla bassa profondità. Sopra i rottami del relitto svettano ancora le due belle caldaie, colorate di rosso da spugne incrostanti. Un po’ alla volta, date le  modeste dimensioni della nave, la sabbia lo sta ricoprendo, com’è giusto che sia per il riposo di un combattente. La si percorre in lungo e in largo varie volte, alla ricerca di capire dove sia la prua  e dove la poppa. Corvine, saraghi, merluzzetti e un grosso grongo da 200 mm di diametro sono gli ultimi abitatori della nave. Immergendoci ora a visitare il relitto non possiamo fare a meno di ammirare il sangue freddo e la calma dimostrata dall’equipaggio della 5PN nell’eseguire gli ordini, nonostante l’affondamento imminente. Sicuramente non sarà una immersione avventurosa, specialmente ora che la nave è stata privata di tutto il suo armamento. Ma se alla nostra sete di relitti aggiungeremo la conoscenza dei mezzi limitati di navigazione di quei tempi, la guerra di agguati e di astuzie posta in atto da entrambe le parti in conflitto, il codice di onore che apparteneva ai combattenti di entrambi i fronti, allora potremo accarezzare le fredde lamiere del relitto con un brivido in più, ripensando agli eventi drammatici che portarono al suo affondamento e allora forse, capiremo che l’asportare qualcosa da una nave da guerra oltre a essere un gesto vietato dalla legge (tutto quello che è sott’acqua da più di 50 anni è considerato patrimonio storico nazionale), significa anche profanare un santuario dove tanti uomini hanno sacrificato il bene più grande in loro possesso: l’amor di Patria.

 

SCHEDA TECNICA TORPEDINIERA 5PN
 
Le caratteristiche operative di queste unità sono così evidenziate dal contrammiraglio Pollina (U.S.M.M., M.P. Pollina, le torpediniera italiane, 1974, p.217): “…Nel loro complesso le settantuno torpediniere di questa classe fornirono ottime prestazioni. Dal basso profilo, poco visibili di notte e quindi adatte all’impiego notturno, di autonomia ampiamente sufficiente per l’impiego in mari ristretti, di elevata velocità e manovrabilità, poco soggette ad avarie, furono senza dubbio le migliori torpediniere che fecero parte della Marina Italiana”. Oltre alla serie PN (Pattison-Napoli), furono varate anche le serie OS (Odero-Sestri), AS (Ansaldo-Sestri) e OL (Orlando-Livorno). Oltre alla posa di campi minati, le torpediniere si distinsero come scorta a molte incursioni notturne ai porti austriaci di Trieste, Pola, Durazzo, ma soprattutto nell’opera di rimorchio in zona operativa dei famosi M.A.S.. Prima di passare in forza ai sommergibili, sulle torpediniere operò anche l’eroe Nazario Sauro.

Lunghezza: 42,50 m
Larghezza: 4,64 m
Immersione: 1,60 m
Dislocamento: 156 t
Apparato motore: 2 caldaie, 2 macchine alternative
Potenza: 3.200 CV
Velocità: 27 nodi
Equipaggio: 1 + 29
Armamento: 2 tubi lanciasiluri da 450 mm + 1 cannone Nordenfeld da 57/43
torpediniere cositere classe PN “prima serie”

 
SCHEDA TECNICA SOMMERGIBILE U10
 
Lontano dagli eventi bellici citati, parlare di uomini e mezzi operanti esclusivamente solo da una parte del conflitto risulta alquanto riduttivo se non addirittura offensivo nei confronti di chi, con eguale coraggio e obbedienza agli ordini ricevuti  combatteva la sua guerra, giusta o sbagliata che fosse, ma sempre pronto ad onorare la propria Patria.
Bisogna quindi riconoscere che nei primi giorni di guerra in Adriatico, i sommergibili austriaci dislocati a Pola inflissero notevoli perdite alla Regia Marina. Solo nel litorale davanti a Venezia, in pochi giorni i sommergibili austriaci affondarono il sommergibile italiano Medusa (10.06.1915), la torpediniera 5 PN (26.06.1915),  l’incrociatore corazzato R.N. Amalfi (7.07.1915) tanto da dover far rivedere le tattiche di guerra navale in vista della nuova arma usata. Solo nella seconda fase della guerra in Adriatico, con l’uso di altri mezzi d’ assalto leggeri di ideazione italiana (Grillo, M.A.S., S.L.C., etc.) si ottenne il riscatto dei primi, disastrosi giorni di guerra.
Soffermandoci ad esaminare le ridotte dimensioni di questi sommergibili non possiamo trarre un sospiro di ammirazione per il coraggio dimostrato (da entrambe le parti) nell’ operare in condizioni proibitive dettate dalle ridotte dimensioni delle unità e dalle condizioni di navigazione risultanti dagli scarsi strumenti di navigazione del tempo.  In particolare la classe “B I”  a cui questi sommergibili appartenevano misurava 27,88mt. x 3,15mt, dislocando 127,5 ton. in superficie e 142,5 ton. in immersione. Erano mossi da un motore termico Daimler diesel 4 tempi da 60cv mentre quello elettrico erogava ben 120cv. La velocità massima in superficie era di 6 nodi mentre in immersione raggiungeva i 9 nodi. L’armamento era costituito da due tubi di lancio prodieri con un cannoncino di superficie da 47mm. L’equipaggio imbarcato era composto da tredici marinai più due ufficiali. Nei disegni originali dei sommergibili austriaci è evidenziata una vela ausiliaria, di soccorso, da usarsi in caso di avaria ma che gli astuti lupi di mare probabilmente usavano anche per camuffarsi…

(articolo di Dino Basso apparso su Hobby Natura del 1994) con notizie tratte da:

Guida alle Navi d’Italia – Mondadori
La Grande Guerra  in Adriatico – Ufficio Storico della Marina Militare
Bollettino d’Archivio – U.S.M.M. – anno VII dicembre 1993.

 

originale articolo su https://www.arpa.veneto.it/acqua/venetodamare/02_fruitori_02_sub_scheda_5pn.htm

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Author: argouno