Il sito di San Marco in Boccalama

Interventi per la difesa delle morfologie sommerse in erosione.

Il sito archeologico di San Marco in Boccalama e i relitti medievali

di Marco D’Agostino e Stefano Medas

pubblicata su “Quaderni Trimestrali Consorzio Venezia Nuova” anno IX n. 2/3 – aprile /settembre 2001 – pp. 3-12 – Venezia

 

San Marco in Boccalama era un’isola situata nella laguna centrale, scomparsa nel corso del XVI secolo a causa di subsidenza, eustatismo ed erosione.

L’antico insediamento è stato rintracciato alla fine degli anni ’60 da Ernesto Canal, Ispettore onorario della Soprintendenza Archeologica del Veneto.

Nella zona individuata, tra il 1996 e il 1997 Magistrato alle Acque – Consorzio Venezia Nuova, di concerto con la Soprintendenza Archeologica – Nucleo Archeologia Umida Subacquea Italia Centro Alto Adriatico (NAUSICAA), hanno eseguito specifici rilievi archeologici nell’ambito di un progetto per lo scavo di canali e la ricostruzione di barene nell’area compresa tra le casse di colmata e Venezia.

Nel corso di queste attività di rilievo, ai margini dell’antico isolotto sommerso sono stati rinvenuti due antichi vascelli che, nel XIV secolo, furono zavorrati, affondati e ancorati con grossi pali perché servissero da casseri per il rialzo delle rive dell’isola, minacciata dagli allagamenti.

Un espediente che servì per breve tempo: pochi decenni dopo l’isola e il monastero agostiniano che vi sorgeva dovettero essere abbandonati. Subito dopo la scoperta (1), i due scafi sono stati oggetto di indagini parziali per accertarne natura e datazione. Limitate sezioni trasversali di scavo hanno consentito di appurare che un relitto era attribuibile a un’imbarcazione da trasporto a fondo piatto, mentre l’altro relitto poteva essere identificato con una galea, per la caratteristica forma allungata dello scafo e la presenza della tipica scassa nella zona prodiera arretrata. S

i trattava di una scoperta di grandissima importanza e unica nel suo genere. Per la prima volta in assoluto veniva individuato un relitto di galea grazie al quale poter conoscere le tecniche costruttive ancora segrete dei Priori dell’arsenale di Venezia. Poiché l’intera area dove un tempo sorgeva l’isola di San Marco in Boccalama è interessata da intensissimi processi erosivi a causa della vicina presenza del canale Malamocco-Marghera e subisce quasi quotidianamente l’aggressione di pescatori di vongole non autorizzati, Magistrato alle Acque – Consorzio Venezia Nuova hanno predisposto, subito dopo la scoperta dei relitti, una protezione perimetrale provvisoria.

In seguito, data l’importanza del ritrovamento, è stato messo a punto uno specifico programma di ricerche archeologiche sul sito, concordato tra tutti i diversi soggetti competenti: Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Soprintendenza Archeologica – NAUSICAA); Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Magistrato alle Acque – Consorzio Venezia Nuova); Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica (Università Cà Foscari di Venezia – Consorzio Venezia Ricerche).

Le attività, eseguite sotto l’indirizzo, il controllo e il coordinamento scientifico della Soprintendenza Archeologica – NAUSICAA e affidate alla ditta IDRA snc di Venezia, sono state suddivise in due fasi, entrambe ultimate. La prima fase (giugno – luglio 2001) è stata finanziata con fondi del Murst, nell’ambito del progetto “Sistema di valutazione del rischio ambientale dei siti archeologici lagunari”, e coordinata dal Consorzio Venezia Ricerche e dall’Università di Venezia.

L’intervento ha previsto lo scavo stratigrafico subacqueo dei due relitti. La seconda fase (agosto – ottobre 2001) è stata finanziata dal Magistrato alle Acque e attuata dal Consorzio Venezia Nuova. Obiettivo delle attività è stato lo studio dell’antica morfologia dell’isola e l’analisi dei relitti, in vista della loro protezione definitiva.

nota 1 – Una prima notizia di questi due relitti e del loro contesto archeologico è in M. D’Agostino, Relitti di età post-classica nell’Alto Adriatico italiano. elazione preliminare. Archeologia Medievale’, XXV, 1998, pp. 91-102.

La prima fase. Scavo stratigrafico dei relitti

Questa fase delle attività è avvenuta prima della conterminazione dell’area e dello svuotamento dall’acqua. La scelta di procedere con lavori subacquei ha consentito di intervenire sui relitti in condizioni più agevoli di quelle che si sarebbero determinate scavandoli a secco. Si è stimato, infatti, che un intervento diretto a secco avrebbe rischiato di apportare seri danni ai relitti, principalmente per tre motivi:

  • l’aggravio delle condizioni statiche dei relitti, che li avrebbe sottoposti a un inevitabile sovraccarico di spinte e di pressioni, considerata la necessità di operare al loro interno;
  • le difficoltà di scavo che sarebbero intervenute quando il fango lagunare, esposto all’aria, avesse iniziato ad asciugarsi e a indurirsi, mentre il fango intriso d’acqua è molto più facilmente asportabile;
  • la lunga esposizione degli scafi all’aria che, pur prevedendo la continua irrorazione con acqua, avrebbe accentuato problemi e difficoltà per la conservazione del legno.

Inoltre, nel caso di uno scavo a secco, l’impiego di ponteggi atti a lavorare evitando l’ingresso nei relitti sarebbe stato difficilmente applicabile, a causa della profondità degli scafi (in particolare della galea) che avrebbe reso comunque complicato agli operatori sia il raggiungimento del fondo delle imbarcazioni sia l’asportazione del fango di riempimento e l’accurata pulizia delle superfici, necessaria in funzione delle riprese fotogrammetriche previste nella seconda fase.

Al contrario, l’intervento subacqueo ha permesso di operare sui relitti nel modo più veloce e meno invasivo possibile, eliminando o, comunque, riducendo al minimo le spinte e le sollecitazioni dovute al peso e al movimento degli operatori e delle attrezzature di scavo. La squadra era composta da tre operatori e da due archeologi e ha svolto un totale di 6 ore di lavoro subacqueo giornaliero durante i 42 giorni di scavo (2), a una profondità variabile da -1,30 a -2,50 m, secondo il regime e l’intensità della marea e secondo che si lavorasse sui livelli superficiali di riempimento o sul fondo degli scafi.

I mezzi impegnati comprendevano un pontone, stabilmente ancorato in cantiere, e un motoscafo di trasferimento e di appoggio. In diverse occasioni, secondo necessità, la squadra e i mezzi sono stati potenziati. principale strumento impiegato dai subacquei è stata una sorbona ad acqua, perfezionata dalla ditta esecutrice IDRA, dotata di una “coda” rigida lunga e di un “naso” morbido da 2 o 4 m, secondo le esigenze. Questa soluzione ha permesso di ovviare a due importanti problemi. Il primo era quello di allontanare il più possibile i detriti fangosi dai relitti per evitare che, operando con correnti di marea a tratti molto intense, parte dei sedimenti fosse ricondotta nell’area di scavo.

Con l’accorgimento sopra descritto si è riusciti a sospingerli a oltre 6 m di distanza, evitando una loro ricaduta, anche parziale, all’interno degli scafi e conseguenti perdite di tempo (3).

Il secondo era quello di muoversi agevolmente all’interno dei relitti e di intervenire con l’opportuna delicatezza nelle parti più basse e ricche di elementi strutturali, spesso in precario equilibrio statico, per cui si è impiegato il “naso” della sorbona lasciando all’esterno la sezione rigida.

Oltre alla sorbona si è utilizzata una lancia ad acqua (“spingarda”), in modo da sciogliere e aspirare contemporaneamente il fango. Alcuni elementi strutturali degli scafi sono stati posizionati, documentati fotograficamente e rimossi per permettere la prosecuzione dello scavo; quindi, cartellinati e imballati nel geotessuto, sono stati collocati e vincolati sul fondo in punti noti, per poi essere ricollocati nella posizione originaria con i relitti in secco. Queste operazioni hanno riguardato soprattutto la galea che conservava numerosi puntelli ancora in situ, in posizione verticale. Dove possibile, le strutture sono state lasciate in situ, puntellandole o realizzando un contrafforte di fango come sostegno.

E ancora il caso della galea, nel quale si è proceduto in questo modo per due paratie trasversali (“càmare”), una all’estremità di poppa e una all’inizio della scassa d’albero, e per due traversini davanti alla scassa.

Il rilievo delle due imbarcazioni è avvenuto stabilendo come capisaldi i grossi pali verticali originariamente infissi attorno agli scafi. Questi, infatti, sono stati quotati e georeferenziati con l’utilizzo di un teodolite, quindi cartellinati con un numero progressivo bloccato da un chiodo a testa larga che ha avuto anche la funzione di punto dì rilievo. Durante i lavori, le sezioni dei relitti man mano scoperte e pulite sono state progressivamente ricoperte con teli di geotessuto, fermati con sacchi di sabbia e, all’esterno degli scafi, con picchetti di ferro, per mantenerli il più possibile puliti in vista della seconda fase d’intervento, l

imitando il naturale ingresso di alghe e di sedimenti di fondo. documentazione ha compreso l’esecuzione di riprese fotografiche e video. le condizioni di scarsa visibilità delle acque lagunari, compresa tra o cm e 60 cm circa (mediamente tra 20 e 40 cm), per le fotografie sono stati utilizzati obbiettivi da 15 mm e, nei casi di visibilità particolarmente ridotta, da 12 mm.

Gli stessi problemi di visibilità sono uno dei motivi che hanno reso necessario il successivo prosciugamento dell’intera area e degli scafi, al fine di poter procedere con il rilevamento tramite riprese fotogrammetriche e misurazioni manuali, oltre che per avere una visione complessiva della situazione dell’isola e dei relitti.

nota 2 – Le condizioni meteorologiche sono state favorevoli, a eccezione di un giorno completamente perso per il maltempo e di altri due interrotti a metà per improvvisi e violenti temporali.

nota 3 – All’inizio dei lavori, infatti, prima dell’adozione di questi accorgimenti, sì è dovuta ripulite tutta l’area perimetrale di parte dell’imbarcazione da trasporto, poiché i detriti accumulati, data la scarsa profondità dell’acqua, venivano facilmente trasportati dalla corrente e dal moto ondoso fino a ricadere dentro lo scafo. Si tratta di aspetti solo apparentemente banali o marginali, in quanto hanno una ricaduta notevole sulla durata dei lavori.

La seconda fase. Rilievo e protezione del sito e dei relitti

Magistrato alle Acque – Consorzio Venezia Nuova hanno progettato e gestito la seconda fase dei lavori, il cui obiettivo, come detto, era lo studio dell’antica morfologia dell’isola e l’analisi dei relitti, in vista della loro protezione definitiva ed, eventualmente, del loro recupero.

Inizialmente è stata effettuata una serie di prospezioni subacquee e di carotaggi con lettura geomorfologica per stabilire l’esatto perimetro dell’antica morfologia sommersa dell’isola.

Quindi, procedendo sulla base delle piante archeologiche di Ernesto Canal, integrate dai risultati delle analisi dirette, l’intera area è stata completamente circondata con quasi 400 m di palancole metalliche stagne. In questo modo si è delimitata una zona lagunare, con una superficie di circa un ettaro, che è stata successivamente svuotata dall’acqua, mediante cinque pompe a motore con una capacità complessiva di 1000 m3 di acqua all’ora.

Una volta riportati all’asciutto l’intero sedime dell’isola e i due relitti sono stati messi in opera tutti gli accorgimenti necessari per evitare il deterioramento e l’essiccamento del legno degli scafi per l’esposizione all’aria e alla luce.

I relitti sono stati protetti con geotessuto imbevuto d’acqua e sono stati mantenuti bagnati mediante un sistema di irrorazione con getti d’acqua nebulizzata. Una serie di canalizzazioni appositamente realizzate secondo adeguate pendenze ha consentito di convogliare verso le pompe l’acqua rimasta sui fondale e quella spruzzata sui relitti, per smaltirla in laguna.

Inoltre, per consentire un più agevole movimento attorno alle imbarcazioni, sono stati messi in opera percorsi su passerelle di legno zavorrate con sacchetti di sabbia e ancorate al fondale mediante staffe di metallo. Mentre, infatti, in corrispondenza dell’isola il fondale era sufficientemente consistente, nell’area più vicina ai relitti il fondale era costituito da fango sul quale ci si poteva muovere con grande difficoltà e lentezza, affondando a ogni passo.

Altri fattori, come le condizioni meteoclimatiche e la presenza di gas prodotti dalla putrefazione di alghe e fauna bentonica, hanno reso tutta questa fase dei lavori disagevole e faticosa per i tecnici e gli addetti impegnati nel cantiere.

Dopo la messa all’asciutto dei relitti è stato anche necessario procedere a un’ulteriore pulizia delle imbarcazioni dal fango che, durante la fase di svuotamento dell’area, si era in parte di nuovo depositato sugli scafi, nonostante la protezione con il geotessuto. Agendo con estrema attenzione e la massima cautela, per evitare il rischio di danneggiare le strutture lignee, i sedimenti sono stati rimossi con spugne, “pompe da sentina” e appositi strumenti aspiratori.

Quindi è stata completata la cartellinatura degli elementi lignei dei relitti, effettuata durante la prima fase. Concluse le operazioni preliminari si è proceduto al rilievo vero e proprio con la documentazione manuale di dettaglio e il rilievo fotogrammetrico. Le attività principali hanno comportato, oltre alla misurazione accurata dei vari elementi dei relitti, il rilievo grafico completo, riportando i diversi particolari costruttivi e i dettagli più significativi e interessanti degli scafi e l’esecuzione di passate fotogrammetriche generali, dei fianchi e del fondo delle imbarcazioni.

Le immagini, eseguite da un basket sospeso e con angolazioni diverse, verranno informatizzate e restituite come modelli tridimensionali quotati dei relitti. Infine è stato effettuato anche un rilievo fotogrammetrico d’insieme, da elicottero, dell’intera area dell’isola, compresa la stessa zona dei relitti.

A questo scopo è stato necessario, tra l’altro, predisporre delle “mire” di riferimento, poste su pali di legno, in numerosi punti predeterminati sul sedime dell’isola. Anche in questo caso si procederà alla restituzione delle immagini su modello tridimensionale quotato. Gli interventi si sono conclusi con il ritrovamento di un importantissimo reperto.

Nella parte prodiera destra della galea è stato infatti rinvenuto un graffito raffigurante una galea triremi, con timone assiale. La straordinaria rilevanza del graffito è data dal fatto che rappresenta un’imbarcazione tecnologicamente all’avanguardia per il suo tempo. Il 1300 è infatti un’epoca di transizione tra la voga a due remi a quella a tre remi e nel disegno appaiono chiaramente tre vogatori per banco, ognuno con il proprio remo. Anche la presenza del timone assiale, sul dritto di poppa, è “eccezionale”.

Questo tipo di timone, infatti, già presente nel nord Europa tra la fine del XII e il XIII secolo, sembrava essersi diffuso in ambito mediterraneo in epoca più tarda. stessa veduta di Venezia del De’ Barbari (XVI secolo) molte navi sono raffigurate con timoni laterali, a significare un probabile conservatorismo costruttivo in ambito veneziano. graffito potrebbe rappresentare la stessa galea di Boccalama che, al momento, sembra però costruita in modo tale da essere più adatta a una timoneria laterale. invece essere la rappresentazione di un’imbarcazione che, per le sue caratteristiche innovative, aveva colpito l’autore al punto da decidere di inciderne le fattezze per conservarne memoria. parte il graffito potrebbe essere stato eseguito in fase di costruzione della galea, quando ancora la prua della nave non era stata coperta, oppure dal carpentiere di bordo che aveva nella stiva un ripostiglio degli attrezzi e che in un momento di pausa avrebbe potuto avere il tempo di eseguire il graffito, seppure in condizioni molto difficoltose, data la collocazione e le caratteristiche della “càmara” della stiva, particolarmente scomoda e scarsamente illuminata. al graffito rappresentante la galea, ne sono stati trovati altri due: un’incisione circolare realizzata con uno scalpello concavo (“sgorbia”) e una piccola imbarcazione, della quale però si è conservata solo una minima parte. corso dei rilievi sull’isola è stata anche scoperta un’importante opera di arginatura o sottofondazione con andamento nord-sud che fu costruita riutilizzando elementi demoliti di imbarcazioni più piccole.

Probabilmente la struttura dovette essere realizzata come ulteriore elemento di difesa dell’isola dai fenomeni erosivi. Al termine dell’intero programma di attività previste nella seconda fase dei lavori, i relitti sono stati nuovamente coperti e protetti con geotessuto e sabbia e l’intera zona è stata nuovamente allagata, lasciando in opera il palancolato per assicurare la difesa completa del sito fino al recupero delle imbarcazioni, ma abbassando una palancola ogni 20 metri in modo da consentire l’ingresso e il ricambio continuo dell’acqua.

Lo stato di conservazione dei relitti

In base ai risultati delle attività svolte, è risultato possibile ricostruire un quadro preciso, completo e dettagliato dello stato di conservazione dei relitti. In generale, gli scafi appaiono ben conservati sia nella sezione longitudinale che in quelle trasversali. pali di conterminazione, infissi all’epoca lungo il perimetro dei natanti per bloccarli in posizione eretta, hanno certamente contribuito a mantenere quasi integre le sezioni trasversali, il cui sviluppo verticale corrisponde in buona misura a quello originario.

Soltanto alle estremità di prua e di poppa si sono verificati dei cedimenti, soprattutto per quanto riguarda il relitto dell’imbarcazione da trasporto, dovuti alla perdita delle connessioni tra il fasciame delle fiancate e quello del fondo. Anche lo stato del legno è buono, ma gran parte delle connessioni strutturali (chiodi e cavicchi) si sono indebolite o sono scomparse.

Per tale motivo si sono resi necessari diversi interventi di consolidamento di tavole, madieri e di altre parti strutturali che risultavano mobili o in precario equilibrio, in modo da non perdere la loro posizione originaria ai fini delle riprese fotogrammetriche. Alcune tavole del fasciame interno e altri elementi che erano mantenuti stabili solo dalla presenza del fango sono stati legati temporaneamente alla struttura, con il sistema meno invasivo possibile; anche le parti mobili come, per la galea, le tavole del pagliolo, i traversini poggianti sul paramezzale e alcune castagnole, sono state assicurate nella posizione in cui si trovavano in situ.

La galea

Per quanto riguarda in particolare la galea, il relitto (praticamente quasi tutta l’opera viva) è in buono stato di conservazione. scafo ha una lunghezza di 38 m e una larghezza massima di 5 m e giace orientato con la prua verso l’isola e con la poppa verso la laguna. bussola è di 75° L’identificazione con una galea è apparsa abbastanza certa fin dall’inizio, in seguito all’esecuzione di due strette sezioni trasversali di verifica effettuate a circa 13 m dalla prua e dalla poppa (4).

Proprio la seconda trincea, scavata verso l’antica morfologia dell’isola sommersa a est, ha intercettato la “miccia” dell’albero completa della scassa e delle castagnole, elementi costruttivi tipici di una galea. Inoltre la particolare configurazione dello scafo, molto lungo e stretto, ha fornito un ulteriore elemento utile all’identificazione. Due datazioni al radiocarbonio hanno confermato, per questo importantissimo reperto navale, una datazione oscillante tra la fine del XIII e la metà del XIV secolo.

L’imbarcazione, come detto, fu affondata dai monaci dell’isola dopo lo smontaggio preliminare dell’opera morta e delle sovrastrutture per poter riutilizzare lo scafo come una grande cassaforma. Questo reimpiego è testimoniato dai numerosi pali, infissi lungo il perimetro esterno, che bloccarono l’imbarcazione.

Durante le operazioni di scavo è stata identificata una paratia (delimitante la “càmara” della stiva), ancora in posizione verticale ma debolmente connessa ai fianchi, all’estremità di poppa, poco prima della ruota. Per proseguire le indagini senza smontare questa paratia e, nello stesso tempo, mantenerla nella posizione d’origine senza danneggiarla, si è lasciato a sua protezione e sostegno un piccolo muretto-contrafforte di fango.

La stessa soluzione è stata adottata per i resti di una seconda paratia, identificata nel fianco sinistro dello scafo a 22,8 m dall’estremità poppiera. Poco prima della scassa d’albero, procedendo da prua, sono stati scoperti due traversini poggianti sui fianchi del fasciame interno ma sollevati rispetto al paramezzale, dunque non poggianti su esso. Il paramezzale ospita altresì numerosi puntelli ancora in situ infissi in piccole scasse quadrangolari.

Questi erano probabilmente destinati a sostenere i bagli della coperta. Nella miccia della scassa è stata trovata una scheggia di legno che costituisce verosimilmente una zeppa per fermare in posizione il piede dell’albero (per evitare il pericoloso anche se minimo movimento del piede stesso).

La zeppa è stata lasciata dentro la miccia. Sempre nella miccia, sul fondo, si trova una pietra levigata e appiattita. A 19,6 m dalla poppa del relitto è stata identificata la “corba de mezo” o madiere centrale, costituita da un madiere semplice affiancato da due coppie di staminali; da questa corba fino prua gli staminali sono collocati nella parte anteriore dei madieri, mentre fino alla poppa sono posti nella parte posteriore. nota 4) Queste sezioni sono state effettuate nel 1997, in seguito alla scoperta, per poter stabilire la tipologia del natante

La rascona

Per le sue caratteristiche strutturali, dimensionali e formali, l’imbarcazione da trasporto è stata identificata con una rascona. Il relitto, anch’esso in buono stato di conservazione, ha una lunghezza massima di 23,6 m, una larghezza massima di 6 m e giace orientato con la prua (5), verso l’isola e con la poppa verso la laguna. L’orientamento bussola è di 75°.

Le fiancate si conservano in altezza per circa 80 cm. L’imbarcazione ha fondo piatto, realizzato con grosse tavole longitudinali che proseguono a formare prua e poppa (anch’esse piatte), e fianchi dritti e svasati che conferiscono allo scafo una sezione trasversale di forma trapezoidale.

Alle estremità, il relitto si è aperto e parzialmente appiattito, poiché ha perso le connessioni tra le tavole di fasciame delle bande e il fondo, pur conservando in buona misura l’inclinazione originaria. Al centro dello scafo le sezioni appaiono ben conservate, grazie alla presenza dei pali infissi, all’epoca, per bloccare il relitto sul fondale; le fiancate si sono aperte in misura molto limitata.

Le ordinate sono composte da 75 madieri dritti (piane) a cui si collegano, alle estremità laterali, gli staminali conformati a spigolo (“sanconi”), la cui parte orizzontale è fissata al madiere lateralmente, sempre sullo stesso lato per tutta la lunghezza dello scafo. I madieri si interrompono verso le due estremità, costituite solo dalle tavole del fondo. Il collegamento del fasciame esterno e di quello interno allo scheletro è ottenuto tramite cavicchi di legno e chiodi di ferro.

La robustezza strutturale in senso longitudinale era completamente affidata al fasciame. Verso l’estremità di prua, alcuni madieri presentano al centro delle castagnole (6), verosimilmente destinate ad alloggiare la scassa dell’albero, che in questo tipo di imbarcazioni era spostata verso prua.

Nelle zone verso poppa e verso prua si sono riscontrare delle linee tracciate a incisione (con punta metallica) che contornano sul fasciame esterno, nelle fiancate e nel fondo, i lati dei madieri e dei sanconi. Si tratta evidentemente di segni tracciati dal costruttore, in relazione col sistema costruttivo impiegato. Per la particolare finalità d’impiego, essendo anche questa barca destinata a essere colmata col fango per far guadagnare terreno all’isola, le sovrastrutture dello scafo, le attrezzature e tutti gli altri elementi recuperabili vennero completamente rimossi.

Lo scafo, dunque, era quasi completamente vuoto. Tra i pochi elementi rinvenuti vi è un grosso trave, lungo 5,15 m e lavorato alle estremità, che giaceva in posizione diagonale verso la metà dello scafo, appoggiandosi (senza apparente collegamento) al fasciame interno del fianco destro. L’ipotesi più probabile è che si tratti del montante di uno dei due timoni laterali.

Una sfera litica, probabilmente un proiettile di catapulta o di petriera, è stata individuata tra due madieri verso l’estremità della prua. Sulla base delle conoscenze attuali, nel caso si trattasse di un proiettile di petriera la sua contestualizzazione con la cronologia del relitto potrebbe essere al limite.

Non si esclude, tuttavia, che il reperto, dato il suo peso e la forma, possa essere affondato all’interno dello scafo in un secondo tempo e abbia progressivamente attraversato il riempimento di fango.

Anche questa ipotesi è in fase di analisi. La stratigrafia sostanzialmente omogenea del riempimento interno conferma che l’interramento volontario dello scafo dovette avvenire in un unica fase, secondo quanto già si poteva ipotizzare sulla base dei documenti storici relativi alle operazioni di ampliamento e di protezione dell’isola. Soltanto a livello superficiale si è riscontrata la presenza di ossa, pertinenti alle ultime fasi di vita del luogo, ormai destinato ad area di sepoltura degli appestati.

nota 5 – Per analogia con la posizione del relitto della galea, la cui prua è stata identificata con certezza grazie alla posizione della scassa d’albero.

nota 6 – – Queste castagnole si dividono in due gruppi separati, con due diverse distanze tra loro: il primo presenta castagnole più grandi e alte, fissate al madiere con chiodi di ferro; il secondo castagnole più basse ricavate direttamente nello stesso madiere (corrispondenti all’alloggiamento della scassa).

Le attività future

L’eccezionalità e l’importanza mondiale della scoperta dei relitti di Boccalama hanno indotto le Istituzioni a collaborare per rendere possibile il recupero, il restauro e la futura musealizzazione delle due antiche imbarcazioni. Numerosi soggetti privati hanno espresso la volontà di contribuire in termini economici all’operazione complessiva e l’Autorità portuale di Venezia ha già consentito il passaggio all’ attività progettuale con un apposito finanziamento.

La Soprintendenza Archeologica del Veneto – NAUSICAA ha dunque avviato la costituzione di una commissione internazionale di esperti che nei prossimi mesi svolgerà una serie di valutazioni relative alle metodologie di recupero e di restauro degli importanti relitti.

Il calendario delle attività previste nei prossimi mesi è il seguente:

  • Elaborazione del progetto esecutivo dello scavo e del recupero dei due relitti;
  • Indagine stratigrafica sull’isola di San Marco in Boccalama per la ricostruzione delle varie fasi di antropizzazione del dosso;
  • Costruzione della mappa delle isole scomparse nella laguna di Venezia;
  • Costruzione della mappa dei “cimiteri di navi” nella laguna di Venezia.
 
 
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Author: argouno