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Il relitto del vetro

di Marco D'Agostino

pubblicata su "Lido di oggi Lido di allora" luglio 1995 - n. 11 - pp. 82-84

Un anno imprecisato del XVI secolo durante una forte tempesta di scirocco. Una nave da trasporto sta facendo rotta verso Venezia con un carico molto eterogeneo, forse acquistato presso le grandi città commerciali del Medio Oriente. L' accesso più praticabile in laguna è la "fuosa" portuale di Malamocco, anche se la rotta non è resa agevole dal notevole insabbiamento che ha creato un canale tortuoso e di difficile percorrenza.

Il forte vento da sud sferza il fasciame, suscitando voti e preghiere nei cuori dei marinai tutti impegnati nella manovra di riduzione delle vele. Improvvisamente il vento rinforza e la nave entra in balia delle correnti formate dallo scontro tra le acque lagunari e marine. La prua affonda troppo spesso nel cavo dell' onda e la stiva comincia ad imbarcare acqua.

 

Il vascello, senza più speranza, si inclina e si inabissa proprio a pochissime leghe dal porto cui era destinato, trascinando con sé una parte della microstoria di un'epoca. Estate 1980. I resti di quell' antico naufragio vengono individuati da un gruppo di sommozzatori veneziani esperti in rilievi subacquei (A. e P. Molino, A. Socal, E. Turchetto, P. Zanetti). Si tratta in assoluto del primo relitto scoperto nelle acque antistanti Venezia, città che sulla navigazione ha fondato la sua civiltà.

Prospezione subacquea sull'area di dispersione del carico (1989-1990)
Fotografia Giorgio Merighi

Dai rilevamenti si evince che il mare nel frattempo ha smembrato la nave che, affondata in 11 metri d' acqua, non ha resistito alle forti correnti in azione sui fondali. Prospezione subacquea sull'area di dispersione del carico (1989-1990) Fotografia Giorgio Merighi Gli scopritori, previa autorizzazione della Soprintendenza, recuperano i reperti più esposti salvandoli da un sicuro saccheggio ed eseguono un primo rilievo dell' area.

Autunno 1989 Uno dei primissimi interventi organici di archeologia subacquea a Venezia viene avviato proprio sul relitto del vetro. L' intera Operazione, che rientra in un organico Progetto dedicato all' Archeologia Subacquea della laguna e del mare di Venezia elaborato dal Servizio Tecnico per l'Archeologia Subacquea dalle competenti Soprintendenze, è stata finanziata grazie alla sensibilità culturale del Gruppo ltalgas. Essa ha previsto lo scavo integrale del sito, il restauro, lo studio dei reperti e la loro esposizione in una mostra apertasi a Venezia, in Palazzo Ducale, il 24 settembre del 1990.

Allo studio del relitto e degli aspetti più direttamente connessi con esso, sono stati chiamati studiosi specializzati in geomorfologia, algologia, architettura navale, archeologia medievale, cartografia e storia medievale. Al coordinamento dell' Operazione sono stati preposti il Soprintendente Archeologo prof.ssa Bianca Maria Scarfì ed il dr. Luigi Fozzati dello STAS.

Il relitto

L' estrema dispersione dei reperti sul fondo ha richiesto il montaggio di un cantiere di grandi dimensioni pari ad un rettangolo di metri 90 x 70, quasi un campo di calcio sott'acqua. Esso, con qualche zona esterna, assomma ad un' area indagata di circa 8.000 mq.

Insegna d'asta ottomana del XVI secolo - fotografia Giorgio Merighi

Tale rettangolo è stato suddiviso lungo i lati maggiori in corsie larghe 5 metri che, non solo hanno consentito fruttuose ricognizioni con il metal-detector, ma anche il rilevamento dei reperti per coordinate cartesiane. Va anche detto che l'Adriatico non gode di un' eccezionale visibilità subacquea che normalmente è sui 3-5 metri. Il carico della nave era costituito in gran parte da vetro verde grezzo in blocchi di varie dimensioni e da 50 mastelli di legno ricolmi di scorie ferrose. Si tratta della classica zavorra commerciale citata nei documenti veneziani a partire dagli Statuti Marittimi del Doge Rainier Zeno (1255). L' analisi chimica del vetro ha rivelato la presenza del natron come fondente.

Questo elemento, costituito da diversi sali del sodio, era anticamente molto diffuso in Egitto. Gli Egiziani, i Romani ed i Bizantini se ne servirono abbondantemente nelle loro officine vetrarie al posto della cenere. Il dato è degno del massimo interesse: esso potrebbe infatti illuminarci sulla possibile rotta del vascello, unitamente al rinvenimento di un' insegna d' asta in ottone di tipo Ottomano con effigiata una mezzaluna sopra un disco. Questo reperto ha trovato confronti in manoscritti turchi del XVI secolo, che la vedono utilizzata da reparti militari, e con dipinti commemoranti la battaglia di Lepanto dove compare in forme tridimensionali sulle poppe delle galere turche. Supposizioni fantasiose potrebbero a i questo punto suggerire la nazionalità turca del relitto.

Gli elementi oggettivi non consentono tuttavia certezze, se non quelle derivanti da una generica indicazione di rotta. Insegna d'asta ottomana del XVI secolo - fotografia Giorgio Merighi Il sito ha restituito alcuni reperti di epoca romana. Tra questi vogliamo ricordare una piccola statua in bronzo di Ercole con i pomi delle Esperidi di produzione siriaca, databile al II-III secolo d.C. Il nesso tra un relitto tardomedieva le ed un reperto di età romana apre il campo ad una ipotesi affascinante: il sito di scavo ospita due navi di cui una più antica, estremamente smembrata dall' alta energia dinamica in azione sui bassi fondali di Malamocco A conforto della presenza di un' oneraria romana con un carico particolare va detto che dall'area provengono altre due basette bronzee pertinenti ad altrettante statuette e che, circa vent' anni fa, un pescatore rinvenne, nel tratto di mare in questione, due piccole statuette raffiguranti divinità dell' Olimpo.

L' armamento pesante della nave era costituito da una piccola petriera in ferro forgiato munita di due caricatori a boccale chiamati mascoli e da due bloccamascolo. Si tratta di un' arma abbastanza rudimentale in auge sulle navi commerciali fino alla prima metà del XVII secolo. Di migliore convenienza economica per gli armatori, fu lentamente soppiantata dai cannoni fusi in bronzo per evidenti motivi legati alla corrosione marina.

Quest' arma sparava palle in pietra e schegge di ferro a mitraglia ed era montata a murata su una forcella basculante. Si tratta in realtà di ben poca cosa per una nave che doveva navigare in mari spesso insicuri .

E' tuttavia molto probabile che il vascello viaggiasse in convoglio o, addirittura con le mude" delle galee commerciali che costituivano un valido deterrente contro ogni aggressore. E' anche possibile che, vista la bassa profondità, dopo il naufragio i preziosi cannoni fossero recuperati da sommozzatori in apnea.

Tali operazioni sono spesso ricordate nei documenti assicurativi veneziani e sembra rientrassero nella normalità. La vita di bordo sul relitto del vetro è testimoniata da una serie di reperti del massimo interesse. Si va, infatti, dall'attrezzatura quasi completa per il calafato comprendente asce, scalpelli e palanchini, a falcetti e basi in pietra per la lavorazione di oggetti non metallici.

La ceramica compare in forme purtroppo acrome riferibili a bacini di grande diametro, molto simili ai tipici contenitori da trasporto delle navi iberiche dell' epoca. Archivio di Stato S.E.A. FOND 63/2 Due belle ancore ammiragliato sono purtroppo le uniche testimonianze che possono condurci, con il carico, all' identificazione del tipo di nave affondato davanti Malamocco.

Archivio di Stato S.E.A. FOND 63/2

Certamente non ci troviamo di fronte ad una galea che possedeva ancore a rampino", ma dobbiamo indirizzarci verso un qualche tipo di nave tonda molto simile a quelle che compaiono nei dipinti di Vittore Carpaccio, di Raffaello o nella magnifica veduta di Venezia di Jacopo de' Barbari (1500). Si tratta in gran parte di cocche e di altre imbarcazioni commerciali non meglio identificate (barzotti, berlingieri?). Le cocche, importate dal nord-Europa e costruite a fasciame sovrapposto (clinker), rivoluzionarono nel 1300 la navigazione mediterranea per la loro superiorità tecnica ed economicità di gestione rispetto ai tipi navali diffusi nei nostri mari.

E' molto probabile che il relitto del vetro sia una cocca veneziana di dimensioni medio-piccole. desumibili dai dati ponderali delle ancore. La sua datazione, collocata nell' ambito del XVI secolo, contribuisce ad arricchire lo scarno panorama dell' archeologia medievale subacquea italiana.

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